Teatro della Memoria – Maurizio Massetti

Inizia nel 1978 la sua grande OPERA: pulitore di seppie qualificato al Mercato Ittico di San Benedetto del Tronto, dalle 5 di mattina fino alle 14. Questo per poter campare e mantenersi agli studi. Gli studi e la fame non finiscono mai, chi l’avrebbe mai detto, e così l’Opera prosegue di atto in atto, anche con premi e incentivi passando per carrozziere, falegname, bagnino, scaricatore di ghiaccio, addetto alle celle frigorifere, bracciante agricolo, funzionario ARCI, Resp. Uff. Cultura, e non cOltura questa volta, alla Presidenza del Consiglio Reg.le Marche, una tombola, per poi tornare ai manuali (ma non i manuali di lavoro, i lavori manuali intendo) restauratore, giardiniere, muratore, imbianchino… lavori ricercati – mi avevano detto – ma a me, chissà perché solo gli esattori mi cercavano, giorno e notte, festivi compresi.

Tra una doccia e l’altra e il cambio di una tuta con un abito, Maurizio frequentava il Conservatorio “G. D’Annunzio” a Pescara, flauto traverso;  la Facoltà di Economia e Commercio in Ancona, indirizzo in Economia Politica; alcuni Teatri; alcune Compagnie; alcuni Gruppi musicali; alcuni personaggi solitari, alcuni diversi, alcuni che non incontri mai, alcuni persi, alcuni andati, alcuni spiritati, alcuni fottuti …, fratello attento e vicino al gemello peggiore, quello che sta dentro a ognuno di noi.

E forse, questo è stato il suo capolavoro, come egli stesso ama definirlo. La polarità della vita. Questo mondo contraddice radicalmente la vita come si configura all’uomo distratto,  tranquillo, impudente e arrogante, cinico, ironico, brutale, compromesso, conformista, ecc…. Il ritmo recondito delle stagioni dell’esistenza.

Bisogna deludere. Saltare sulle braci/ Come martiri arrostiti e ridicoli: la via/ Della verità passa anche attraverso i più orrendi/ Luoghi dell’estetismo, dell’isteria,/ del rifacimento folle erudito.

Pasolini, Antonioni, Bertolucci, Godard e, più in generale, le nouvelles vagues degli anni ‘60 influiscono sulla formazione di Massetti: la lingua della poesia cinematografica, una prosa d’arte, il cui vero protagonista è lo stile.

E poi ancora Zavattini, Blasetti, De Sica, Visconti, Rossellini, Bergman, Kieslowski.

Ma è l’amore per Pasolini a travolgerlo, con il suo lavoro contaminato.

Lo porta al recupero e allo studio della  grande stagione della pittura toscana, da Duccio a Piero della Francesca, accompagnandolo verso quell’apertura neorealistica sul paesaggio, l’ambiente, le cose, le persone, i personaggi.

E’ stato  fondamentale l’incontro con la Musica, un percorso attraverso stilemi diversi, dal classico al jazz, con una attenzione particolare al canto e alla musica popolare, la ricerca, l’antropologia, l’etnomusicologia…

E poi i chiaro scuri del Caravaggio, la luce, il suo esaltarsi attraverso le architetture.

L’ambizione della metafora totale dell’ultimo Ejzenstejn, che realizza sin dal 1988 grazie ad un sodalizio imprescindibile con Vincenzo, il fratello autore e regista di molti dei suoi spettacoli, lo porta ad un montaggio costante delle sue espressività creative, seguendo l’idea rinascimentale dell’Unità delle Arti.

E così passa dalla musica popolare del Cantastorie Marchigiano a metà anni ‘70 ad una world music ante litteram in Italia con Emera agli inizi degli anni ‘80.

Sergio Endrigo lo ha definito suo flautista di fiducia; dirige dal 1995 la Compagnia di teatro movimento Diableries Teatro poi trasformatasi nel 2000 in Efesto Theatre, teatro fisico en plein air, avvalendosi anche delle presenze sceniche di Toni Esposito, Paolo Bonacelli, Riccardo Cucciolla, Eugenio Bennato. Collabora col Teatro Stabile dell’Aquila. Insieme a Vanessa Gravina, Edoardo Siravo, Sebastiano Somma è interprete di letture sceniche in Eventi de La Compagnia di Efesto.

Non ha mai lavorato con Strehler, come tutti in Italia dicono di aver fatto indossando una dolcevita nera.

Nel 2007 fonda il gruppo di teatro canzone Panghea e si riavvicina con Marecanto alla musica popolare; dal 2010 è polistrumentista di fiati con Toni Esposito.

Ora c’è Sul mio cavallo bianco: un atto d’amore per le proprie radici, per il palcoscenico, per l’uso della voce e del gesto, per la memoria e per un ethos che ci appartengono.

Sul mio Cavallo Bianco

 

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