Sul mio cavallo bianco
SUL MIO CAVALLO BIANCO
Teatro della Memoria
Nella buia soffitta della memoria, tra tante cianfrusaglie dimenticate, una cantilena risveglia la ridda di voci note: sono i fantasmi buoni che ognuno si porta dietro e dentro.
E’ così che, oggetto dopo oggetto, con un barlume appena di luce, prendono la forma di storia i ricordi di un giovanotto negli anni tristi e movimentati della seconda guerra mondiale.
Ricordi che – raccontati a suo figlio bambino in maniera rocambolesca e volutamente confusa – saranno sorretti, nell’impalcatura, da quelli di una giovane che poi diverrà sua moglie.
Ricordi di entrambi che si ricompongono nella memoria di un adulto tornato per un attimo bambino e che, metabolizzati nel tempo, diventano occasione critica, ma talora anche divertente, per rileggere pagine di storia e di guerra, di amori e di incubi tra il 1940 e il 1953.
E’ la storia comune di migliaia di italiani, all’indomani di un Armistizio dai contorni incerti; di un fronte di guerra vicino, ma che avanza troppo lentamente per colmare sogni e bisogni di tanti disperati; di Alleati che non arrivano mai e che si fanno comunque sentire, riversando ferite e morte su un popolo già umiliato e offeso; di un regime che non c’è più ed i cui interpreti ora riacquistano contorni umani, tra lacrime e ricordi.
E’ la storia di una guerra e di un regime, voluti e non voluti, di un corso e ricorso negli stessi luoghi di un’Unità nazionale, celebrata nemmeno cent’anni prima e ora già persa in una babele di lingue e di intenti.
E’ la storia non ufficiale, detta riletta e ridetta dalla gente lungo la via dello zucchero, quella da percorrere in bicicletta, il cavallo bianco, pedalata dopo pedalata, affanno dopo affanno, alla ricerca della preziosa sostanza al mercato nero sulla soglia del fronte.
E’ la storia di lugubri sirene che non ammaliano i naviganti, gravi e severe come le litanie che accompagnano i grani di un rosario: ma questa volta, la preghiera triste è fatta di bombe e distruzione, come quella volta il Lunedì di Pasqua, alla Giostra di Grosseto.
E’ il contatto tragico con la guerra di un giovanotto passato dalle pedalate estenuanti a pieni polmoni sulle strade polverose delle colline abruzzesi e marchigiane, da S. Benedetto a Ortona a Fabriano, alle maschere antigas tra le rovine delle città del nord, Alessandria e Milano; dal sogno di verdi praterie da fare al galoppo su un cavallo bianco all’incubo di corpi da estrarre dalle macerie.
E’ la grande vacanza, dalla scuola e dal quotidiano, di una ragazzina sfollata nella campagna toscana tra S. Miniato ed Empoli, che scopre l’orrore solo attraverso il profumo di un brodo di carne, fatto col galletto con cui giocava.
Dove i bombardieri lontani diventano rondini di primavera e l’urlo contenuto di un vecchio venditore ambulante occasione per un ridere scanzonato.
E’ la non storia di tutti i giorni, nel racconto romanzato della vita, dove diventano eroi i renitenti ai bandi obbligatori, le madri pazienti che mettono a bollire zampetti di coniglio per vedere finalmente camminare una figlia, i venditori disperati di rocchetti di filo colorato, i rigattieri fortunati e i cenciai falliti, i marinai col cappotto di panno, ma senza calzoni.
E’ la storia di una Memoria, fatta di antichi riti legati alla terra, di una saggezza tramandata di erbe e intrugli medicamentosi, di paure intrecciate e annodate tra i crini del cavallo bianco o sulla tolda della barca di Caronte, nel giorno dei morti.
E’ la voglia trasmessa ad un figlio di ricostruire, di esserci, di immaginare un futuro ripensando il passato, di sorridere sempre, di amare e di cantare.
E’ un figlio quello che, oggi, entra in una soffitta buia e polverosa: pian piano, oggetto dopo oggetto, storia dopo storia, riannoda il filo della Memoria e, dando voce ai suoi ‘eroi’, ne immedesima i drammi e le avventure, i sogni e gli incubi.
Solo così la soffitta dei ricordi può prendere luce, solo così questi eroi tornano ad essere vivi.
Una scarna scenografia di oggetti e un attore solo sono sufficienti per un Teatro della Memoria
